La storia dei 130 carabinieri in Albania nel 1943 (una storia dimenticata) - Turismo in Albania

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venerdì 12 maggio 2017

La storia dei 130 carabinieri in Albania nel 1943 (una storia dimenticata)

Dopo la fine della seconda guerra mondiale l'esercito italiano in Albania si trovava circondato dai tedeschi e dai comunisti albanesi.

Molti carabinieri , tenenti ,ufficiali , sottufficiali così come molti soldati semplici erano perseguitati dall'appena nato partito comunista albanese. Durante questo periodo sono stati uccisi tanti italiani così come anche tanti nazionalisti albanesi i quali erano cercati casa per casa. 

In questo articolo vi raccontiamo la storia di un battaglione con 130 carabinieri , guidato dal colonnello toscano Giulio Gamucci . Il gruppo venne disarmato e accompagnato a piedi scalzi . I prigionieri mal nutriti rimasero per mesi nella speranza di essere rimandati in Italia



Nel lager rimasero per alcuni mesi , poi venne dato ordine dell'esecuzione e furono condannati a morte sotto la motivazione "nemici del comunismo".
 Non dovevano essere uccisi in quanto dopo la guerra gli italiani e albanesi si erano uniti contro i nazisti. Secondo storici albanesi i generali albanesi ricevettero ordine di eliminare proprio quel battaglione.




Molti altri soldati italiani rimasero in Albania fino al 1948 , abbandonati dallo stato italiano in terra straniera dopo l'armistizio.

Molti di loro fortunatamente si salvarono grazie all'aiuto di semplici cittadini albanesi i quali li nascosero nelle loro case e molti di loro per non essere uccisi diventarono pastori nelle montagne grazie ai contadini albanesi. 

Molti albanesi che nascondevano gli italiani nelle loro case o nelle loro stalle venivano fucilati.

Si può dire che molti giovani albanesi e italiani morirono per una guerra ingiusta per un "invasione dolce" dell'Italia in Albania che causò la morte di tanti innocenti.
La guerra è crudele e anche oggi quella guerra ha lasciato segno tangibile sui figli dei partigiani e nazionalisti albanesi i quali in conflitto tra loro hanno cercato solamente di difendere la propria patria .


Sulla situazione degli italiani rimasti in Albania dopo la guerra hanno scritto pochi libri , uno di loro è.

"Benanti F.: La guerra piu' lunga. Albania 1943-1948"

Ne inseriamo una descrizione "
Alla Liberazione le autorità comuniste albanesi lo sottoposero al regime di internamento e dopo un processo di stampo staliniano fu condannato ai lavori forzati. Rientrò in Italia nel 1948 dopo anni di «agonie, fame, sete, violenze, brutalità, torture, vita disumana, angosce interminabili. E partire, partire, partire sempre».


Tornando ai carabinieri uccisi nel 1943 potete leggere questo articolo che racconta i dettagli dei 130 carabinieri uccisi in Albania nel 1943


Fushe Gura in lingua Albanese significa Altopiano o pianura con l'acqua, in effetti è una grande radura, il cui terreno è impregnato di acqua, a circa 1000 metri di altezza, circondata da boschi fitti e selvaggi e attraversata da un torrente che impetuosamente scende a valle, in questo luogo, a novembre 1943, si consumò un orrendo crimine di massa, assurdo e senza ragioni. Fusche Gurra si trova sull'altipiano di Cermenike,
Più di cento Carabinieri, 121 o secondo alcune versioni 129 , compresi i loro ufficiali e il loro comandante, vennero massacrati da partigiani comunisti Albanesi in questo sito, dopo un calvario di brutalità e di sevizie, probabilmente in due momenti diversi.
L'ufficiale in comando dei carabinieri era il Colonnello Giulio Gamucci, di Firenze che morì dopo immani sofferenze, con i suoi soldati. Chi guidò praticamente e concretamente questa sporca azione partecipandovi armi in pugno, fatto che non ha nulla di militare, ma che fu solo una carneficina, fu tale Xhelal Staravecka di nazionalità Albanese, che ricopriva il grado di capitano del 2° battaglione della 1° Brigata d'assalto, il quale dipendeva dal comandante di Brigata Kadir Hoxha.
E' una storia quasi sconosciuta in Italia, se non in certi ambienti, soprattutto storici o militari, ancora oggi non se ne parla. Il fatto è noto in tutta la sua completezza per la testimonianza di un militare del Corpo degli autieri che assistette personalmente all'eccidio e che testimoniò nonostante le minacce da parte Albanese : “il piombo Albanese ti raggiungerà anche a Napoli”.
Il reparto di Carabinieri, noto come colonna Gamucci faceva parte della Legione Carabinieri Reali di Tirana.
Durante la seconda guerra mondiale, l'Albania era stata occupata dalle forze dell'Asse, per gli Italiani era dispiegata la IX armata, denominata Comando superiore forze armate Albania con l'incarico della difesa del territorio albanese, della Dalmazia meridionale, fino al corso del Narenta, del Kossovano e del Dibrano per proteggere il confine Albanese in direzione sud est e operare dei rastrellamenti contro la guerriglia delle formazioni partigiane albanesi e Jugoslave.
L'8 settembre 1943, con l'armistizio tra l'Italia e gli alleati i reparti della IX armata al comando del Generale Dalmazzo cessarono di avere efficacia militare, mentre le truppe Germaniche senza colpo ferire occupavano le posizioni nevralgiche in Albania. Le truppe Italiane che scelgono di non collaborare con gli ex alleati vengono fatte prigioniere.
Il reparto del colonnello Gamucci in custodia ai Tedeschi viene trasportato, a fine settembre, su un treno verso Bitola in Bulgaria, nel corso di alcuni attacchi di formazioni partigiane fu preso da partigiani che si professavano comunisti che odiavano i Carabinieri in quanto tali e in quanto Italiani.
La sopravvivenza dei prigionieri andò avanti per qualche mese, poi in base ad un ordine segreto del capo di stato maggiore Albanese, Memet Shehu, tutti i Carabinieri vennero disarmati ed internati nel più orrendo dei lager Albanesi, Tepelene. In più erano stati anche condannati a morte su decisione inappellabile e inspiegabile, dal Partito Comunista e avrebbero dovuto essere, testuale, “uccisi come cani”, come disposto dal comando generale.
L'odio dei partigiani comunisti Albanesi verso i Carabinieri, era evidente e non dissimulato. La strage era stata programmata dai vertici della Brigata e come tante atrocità, compiute sugli Italiani doveva rimanere segreta per non creare conflitti con gli Alleati, molto sensibili a questi argomenti, i quali non dovevano interrompere gli aviolanci con viveri ed armi destinati ai partigiani rossi.
La mattina del 16 novembre 1943, iniziò un orrore senza fine, tutti i Carabinieri, più qualche ufficiale compreso il comandante, Gamucci furono costretti a marciare, con i polsi legati dietro la schiena dal lager partigiano, percorrendo una distanza incredibile, 250 km senza scarpe, su e giiù per sentieri impervi, da colline e montagne tra bastonate, calci e pugni e umiliazioni pesantissime. I prigionieri nella parte finale del percorso percepirono la loro imminente fine.
Raggiunto l'altipiano, mentre i loro carnefici posavano a terra lo zaino per avere le mani libere, i prigionieri divisi in piccoli, gruppi furono portati nelle vicinanze del canalone dove scorreva il torrente, gli furono prese le uniformi, e gli effetti personali, quindi completamente nudi, furono assassinati con il classico colpo alla nuca.
Le esecuzioni sommarie avvennero a breve distanza gli uni dagli altri, per cui i poveretti poterono sentire quello che accadeva ai loro commilitoni al di là della cortina di vegetazione: spari e gemiti umani. Il bosco divenne un luogo dell'orrore con corpi sanguinanti, materia celebrale a terra e sui tronchi degli alberi.
Il cosiddetto “ capitano “ Xhelal Staravecka, menò vanto in quella occasione, di aver ucciso , solo lui, ben 17 militari , salvo a tenere un atteggiamento vile sotto il fuoco nemico.


In seguito la Gazzetta Ufficiale Albanese pubblicò i nomi dei “giustiziati” indicandoli come nemici del comunismo. Nelle settimane successive, nello stesso luogo furono sterminati anche i rimanenti ufficiali dei Carabinieri tanto per fare l'en plein.
C'è una voce non confermata, secondo cui a ordinare materialmente la morte dei 121 Carabinieri fosse stato anche un Italiano rinnegato, ex sergente della Divisione Arezzo, divenuto poi capo di una brigata partigiana, tale Terzilio C. a cui in seguito la Repubblica Italiana concesse la Medaglia D'Oro al V.M. Di più, su un monte in Albania, sorge un monumento celebrativo di questo bel personaggio.
Attualmente il suo cadavere è sepolto in Italia, mentre i corpi dei Carabinieri , ufficialmente dispersi, nonostante numerose missioni di ricerca, non hanno ancora una tomba, bisognerebbe scavare il letto del torrente che li trascinò a valle, per una profondità di alcune decine di metri, per trovare almeno le piastrine di riconoscimento di questi poveri ragazzi.
Nessuno dei ex militari Italiani che combatterono nelle file della resistenza Albanese fiatò mai di questa strage una volta tornati in patria, e questa non fu l'unico sterminio di militari Italiani prigionieri da parte di partigiani comunisti Albanesi, infatti in alcune zone montagnose non si poteva andare per il fetore di decomposizione. Su queste stragi, i media Italiani non pubblicarono quasi nulla e l'opinione pubblica non venne informata in modo adeguato.
Su questo crimine contro l'umanità un carabiniere in congedo, pochi anni fa, scrisse un libro che racconta in modo dettagliato ed esaustivo i fatti. Per la cronaca uno dei protagonisti della strage , un importante comandante Albanese fu processato durante la dittatura comunista e condannato all'ergastolo per tappargli la bocca su questo e molti altri eccidi di Italiani sul suolo di Albania.
Roberto Nicolick

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A proposito delle guerre Nuto Revelli militare sul fronte russo nella seconda guerra mondiale disse questo nel 1999 :


«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio". Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta» (discorso in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Revelli, 1999).


3 commenti:

  1. Erano invasori e non capisco cosa cercate di dire con questo articolo

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  2. La testimonianze di uno che condivise l'ultima notte
    http://www.ponziettore.it/memorie2.html#gamucci

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  3. Non e' proprio cosi! l'Albanese Xhelal Staravecka, e' stato istruito a Napoli e dopo si e' unito ai nazisti. Staravecka dopo e emigrato in Italia dove ha subito un processo che l'ha trovato innocente...Mentre Kadri Hoxha che e' rimasto in Albania e stato condannato per genocidio in Albania ed ha fatto 40 anni di carcere...Che adesso qquno vuole "appioppare" la responsabilita' agli albanesi quando la stessa Italia non ha condannato il responsabile fuggito in Italia mi sembra a dir poco "strambo"...percio fatevi una domanda e datevi una risposta...

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