Citta di Creci in Campania

Greci-Katundi, Comune albanofono in provincia di Avellino unico paese alloglotto Arbereshe (= italo-albanese) di tutta la Regione Campania, deve il suo nome ai suoi fondatori: i Greci.

Nel 535 d.C. l'imperatore di Costantinopoli, Giustiniano, al fine scacciare i Goti dall'Italia, vi inviò Belisario al comando di una spedizione militare. Questi, ci dice la storia, fondò nella Italia meridionale molte colonie greche, tra queste Greci.

Il nome rimase anche dopo la distruzione, avvenuta per opera dei Saraceni, nell'anno 908 disperdendone la maggior parte degli abitanti, che, probabilmente, trovarono rifugio in paesi più sicuri.

Per oltre un secolo dalla sua distruzione e fino al 1039, anno della sua riedificazione, non si hanno notizie di Greci.

In quell'anno 1039 Pandolfo padre e Landolfo figlio, principi di Benevento, concessero ai Conti Adelferio e Potone-catapano, cioé governatore -la facoltà di riedificare l'antica e distrutta città di Greci, “… civitatem quae vocatur Graeci, quae nunc destrucra esse dinoscitui; ad restaurandam et reconciandam eam....” recita il "diploma di concessione". Da questi, pertanto, la città di Greci venne rivalutata sia nella estensione territoriale vastissima oltre modo, che nella posizione strategica di dominanza sulla valle del fiume Cervaro. Riprese ad essere il Centro principale tra Savignano e La Ferrara, essendo Greci feudo di tre soldati, mentre Savignano era feudo di uno e La Ferrara di due soldati, ma, comunque non riuscì più ad avere l'antica importanza, perché cadde più volte sotto il dominio di baroni e principi che, avidi di denaro, lo vessarono in ogni modo e molto spesso lo vendettero (anche se riuscì, spesso, a riscattarsi a costo di enormi sacrifici) fino ad arrivare in possesso nel 1445 al conte di Ariano Inico Guevara, per poi passare nel 1674 a Inico III col titolo di duca di Bovino e conte di Greci. Gli abitanti di Greci hanno subito la dominazione dei duchi Guevara di Bovino per quasi sei secoli e a questi versavano la imposta feudale chiamata "terratico", nel 1922 ancora le terre di Cannavale, di Monte del Niglio e di Vado del Conte erano possedute da Maria Guevara, ultima figlia del Duca Prospero, rimaritata a Giulio Leka Dukagini (di nobile e valorosa stirpe albanese) dal predetto Duca adottato nel 1914 come figlio, per non far estinguere il casato dei Guevara. Il re d'Italia, dopo l'adozione, ha provveduto a conferire al Leka Guevara Suardo ed ai suoi discendenti il titolo di Duca.

Morto Alfonso I d'Aragona, sul trono del Regno di Napoli gli successe il figlio naturale Ferdinando. Questi, vedendo che diversi ambiziosi Principi tramavano per spodestarlo per poi rimpiazzarlo con il Duca Giovanni d'Angiò, chiese aiuto all'eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, amico fraterno del defunto padre Alfonso.

Skanderbeg sbarcò in Puglia e alla testa di un esecito che "ascendeva a circa sette mila e duecento soldati di fanteria, oltre due mila e duecento di cavalleria, formato di scelti ed istruiti soldati, sempre soliti a vincere", unitosi con l'esercito guidato da Ferdinando d'Aragona, il 18 Agosto 1461 sbaragliò presso Terrastrutta, in agro di Orsara nelle vicinanze di Greci, le truppe comandate dal Conte Giacomo Piccinino (esile e piccolissimo di statura) e dallo stesso Duca D'Angiò che, inseguìto, "rischiava di essere preso, se giunto che fu presso le mura di Troia, gli abitanti non l'avessero tirato dentro con l'aiuto di una corda. Di là partì per Genova, e s'imbarcò per la Francia". A seguito di questa vittoria Ferdinando fu proclamato re di Napoli.

Il re, in ricompensa, permise agli Albanesi che lo desideravano di restare in Italia e di scegliersi il luogo dove dimorare. Questi, desiderosi di menare una vita meno grama, scelsero l'attuale Greci, che era come un fiore in mezzo ad un intenso e verde bosco. (Si rileva dalle fonti che tutta la zona brulla che ora sovrasta il paese a quel tempo era un bosco lussureggiante).

Ciò non dispiaque al re Ferdinando, il quale capì che questo corpo di fedelissimi sarebbe stata buona guardia nel versante sud-est contro eventuali e temute insurrezioni provenienti da Paesi vicini (Faeto, Celle S.Vito, Troia, Lucera, etc.) ancora fedeli agli Angioni. In seguito, però, pare siano stati dimenticati dai governanti di Napoli, osteggiati e a volte anche perseguitati.

Prende il via, così, una nuova vita dell'antichissima Greci, che si sviluppa nella civiltà albanese dal 1461-1462 fino ai nostri giorni.

Le famiglie, o fuochi, censite ufficialmente e residenti in Greci risultano 75 nell'anno 1595, nel 1648 sono 136, nel 1669 ammontano a 142, nel 1694 n. 103, nel 1757 n. 234 per 1026 ab. (cfr. "Catasto Onciario").

Gli Albanesi che ripopolarono Greci erano cattolici di rito greco-ortodosso. Il rito greco si conserva ancora oggi nei Paesi albanofoni di Calabria e Sicilia (Eparchia di Lungro (CS) ed Eparchia di Piana degli Albanesi (PA), a Greci, invece, l'Autorità, sia civile che religiosa, in una azione indiscriminata di forza e soprusi, - come quella operata dall'Arcivescovo di Benevento Cardinale Orsini, che poi salì al soglio Pontificio con il nome di Benedetto XIII, - riuscì nel corso degli anni a distruggere ed abolire il rito greco e tante, ma non tutte per fortuna, bellissime tradizioni orientali. Non ebbe, comunque, la forza di soffocare la lingua materna albanofona. Dopo il 1860, dalla provincia di Foggia, a seguito del riordino del nuovo Regno d'Italia, Greci passò a far parte della provincia di Avellino.

Alla fine del secolo (1898) Greci contava 3863 abitanti faceva parte del Circondano di Ariano e del Mandamento di Orsara di Puglia insieme con i Comuni di Montaguto e di Savignano.

Nel 1920 contava 3200 abitanti circa, oltre i quasi tremila grecesi emigrati nelle Americhe per motivi di lavoro. Nel censimento del 1931 gli abitanti di Greci erano 2756. L'ultimo censimento, effettuato nel 1991, ascriveva una popolazione di appena 1186 anime, al 1° gennaio 2000 contava una popolazione di soli 991 abitanti; tale calo è dovuto all'emigrazione per necessità economiche specie negli anni '50 e '60 e per un pauroso saldo naturale negativo, anche se si contano numerosi parti gemellari viventi.
fonte : http://www.greci.org/storia.htm

SAN DEMETRIO CORONE

San Demetrio fu fondato nel 1471 in un romito denominato Sancto Dimitre, nei pressi della Badia basiliana di Sant’Adriano, fondata da San Nilo di Rossano nel decimo secolo.

Nel 1534 vi giunsero gli albanesi della Morea, nel Pelopponeso, che lasciarono la propria città, Corone, per sfuggire alla dominazione turca. Fu in loro onore che nel 1868 al toponimo San Demetrio fu aggiunto Corone.

I sandemetresi furono soggetti, oltre alla giurisdizione baronale di Sant’Adriano, anche a quella criminale riservata ai baroni laici, che furono i Sanseverino, i Malizia, i Castriota, nuovamente i Sanseverino ed infine Don Carlo Campagna di Tarsia fino all’eversione della feudalità.

Nel 1794 vi fu trasferito da San Benedetto Ullano, ad opera del suo Vescovo-Presidente Mons. Francesco Bugliari, il Collegio Corsini, istituito nel 1732 per ospitare i giovani che volevano intraprendere la vita sacerdotale.

Ci fu un tentativo ad opera del sacerdote Francescantonio Lopes di far passare la popolazione sandemetrese al rito latino, facendo costruire nel 1737 una chiesa di rito latino, intitolata a Sant’Onofrio, ma non ci riuscì.

Il Collegio fu una vera “fucina di diavoli” secondo l’espressione usata dal governo borbonico, intendendo dire che il collegio ospitava giovani di idee liberali e rivoluzionarie, come Domenico Mauro di San Demetrio, Agesilao Milano di San Benedetto Ullano, Pasquale Scura di Vaccarizzo Albanese, Gennaro Placco di Civita, tutti studenti del glorioso istituto.

San Demetrio diede i natali a scrittori, poeti, filologi, professori e patrioti del risorgimento, Fedele Marchianò, Alessandro Marini, Costantino Lopes, Alessandro Mauro, Giuseppe Cadicamo, Nicolò Ieno, Salvatore Braile.

Il Santo protettore è San Demetrio Megalomartire, che si venera il 26 ottobre nella omonima Chiesa costruita attorno al 1622.

Per un trentennio ha contribuito alla valorizzazione della lingua e delle tradizioni la rivista “Zjarri”, fondata dal compianto Don Giuseppe Faraco, arciprete della comunità ed il gruppo omonimo che, per tanti anni ha deliziato con balli e canti.

Oggi il gruppo “Zjarri i ri” calca le scene di tutta l’Arberia, rivisitando le pagine del Milosao di Girolamo De Rada, inframezzate da pagine autobiografiche magistralmente recitate da Pino Cacozza, che insieme a Lello Pagliaro ed Ernesto Iannuzzi, è riuscito a costruire un cast formidabile.

Il gruppo folcloristico che oggi si richiama alle tradizioni popolari è Vuxet arbereshe (La voce italo-albanese). Diretta dal maestro Paloli.


fonte : http://www.arbereshe.it/albanesiinitalia.htm

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